Questo brano è una delle cose più belle che mi sia mai capitato di leggere...
Uno stagno di ninfee. Da lì, il problema era portare quella porzione di mondo a scaricare qualsiasi residua scoria di significato, arrivando a dissanguarla e svuotarla e dissiparla fino al punto da farle sfiorare la più completa scomparsa. Il suo deprecabile esserci sarebbe allora divenuto poco più che la presenza simultanea d assenze diverse, e svaporate. Quello che fece Monet fu portarsi, in casa, la porzione di mondo che intendeva ridurre al nulla. Creò uno stagno di ninfee nel preciso punto in cui gli sarebbe stato impossibile evitare di vederlo. Solo un coglione potrebbe credere che imporsi una simile, quotidiana intimità con quello stagno fosse un modo per conoscerlo e capirlo e rubargli il segreto. Era un modo di smantellarlo. Si può dire che a ogni sguardo posato su quello stagno Monet si avvicinasse di un passo all'indifferenza assoluta, bruciando ogni volta residui di stupore e rimasugli di meraviglia. Si può perfino ipotizzare che quel suo inesausto lavorare sul parco -testimoniato dalle cronache- ritoccando qui e là, mettendo e togliendo fiori, tracciando e ritracciando bordi e linee, altro non sia stato che un accurato interveno chirurgico su tutto ciò che resisteva al logorio dell'abitudine e si intestardiva a increspare la superficie dell'attenzione, incrinando il quadro di assoluta insignificanza che si andava formando negli occhi del pittore. Cercava la rotondità del nulla, Monet, e dove l'abitudine si mostrava impotente non esitava a intervenire con la ruspa.
[...]
Non che a Monet importasse, propriamente, di dipingere il nulla. Il suo non era un vezzo da artista stanco e nemmeno la vuota ambizione a un virtuosistico tour de force. Aveva in mente qualcosa di più sottile. (…) Monet aveva bisogno del nulla, affinché la sua pittura potesse essere libera di ritrarre, in assenza di un soggetto, se stessa. Contrariamente a ciò che un consumo ingenuo potrebbe suggerire, le Nymphéas non rappresentano delle ninfee, ma lo sguardo che le guarda. Sono il calco di un determinato sistema percettivo. Tecnicamente parlando, esse sono lo sguardo di un occhio impossibile. Non è sulla riva dello stagno, il punto di vista che le vede, non è in aria, non è a pelo d'acqua, non è da lontano, non è addosso. È dappertutto.
Cosicché guardare le Nymphéas significa guardare uno sguardo, e per di più uno sguardo non riconducibile a una qualche nostra esperienza precedente, ma uno sguardo unico e irripetibile, uno sguardo che non potrebbe mai essere il nostro.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento